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Papua Nuova Guinea digitale tra mappe e potere dei dati

Giuseppe Attardi Autore di tecnologia e AI QWERTYmag

Scritto da Giuseppe Attardi

Papua Nuova Guinea digitale tra mappe e potere dei dati QWERTYmag © www.qwertymag.it
Papua Nuova Guinea digitale tra mappe e potere dei dati © www.qwertymag.it

La digitalizzazione trasforma la Papua Nuova Guinea in un campo di battaglia per la sovranità dei dati. Dalle prime mappe coloniali alle piattaforme di oggi, la questione centrale resta chi possiede e governa le informazioni che definiscono territori e persone.

Quando una comunità viene ridotta a coordinate, immagini e profili digitali, la questione non è più solo come viene rappresentata, ma chi ne detiene il controllo. In Papua Nuova Guinea, la mappa non è mai stata neutrale. Oggi la tecnologia amplia la capacità di osservare, classificare e prevedere, ma non elimina i rapporti di potere: li trasforma.

La storia degli altipiani della Papua Nuova Guinea, segnata dal "primo contatto" del 1930, mostra come la tecnologia possa trasformare un territorio in un archivio vivente. Prima di allora, le mappe coloniali chiamavano "vuoto" ciò che non riuscivano a governare. Non era semplice ignoranza, ma una scelta politica di cancellazione. La spedizione di Mick Leahy rivelò valli verdi, assenza di malaria e circa un milione di persone, smentendo la narrazione delle terre deserte. Ma quel numero non fu una "scoperta": fu l'incontro tra mondi che si erano ignorati a vicenda.

Oggi la digitalizzazione promette di rendere visibile ogni villaggio, sentiero e relazione. Ma la visibilità non equivale all'autonomia. Una piattaforma digitale può rendere accessibili servizi prima invisibili allo Stato, ma può anche esporre le comunità a nuove forme di sorveglianza. La precisione tecnica non garantisce giustizia: può solo rendere più efficiente il controllo.

Dal 2024, la Papua Nuova Guinea ha avviato iniziative di digitalizzazione pubblica come la Bilum Digital Platform, che centralizza dati amministrativi e servizi per cittadini e imprese. Tuttavia, la mancanza di una normativa specifica sull'intelligenza artificiale, confermata dall'assenza di una strategia nazionale AI secondo l'AI Policy Tracker, lascia il paese in una zona grigia regolatoria, dove la gestione dei dati si basa su norme settoriali e direttive generali. In questo scenario, le comunità locali rischiano profilazione e sorveglianza algoritmica senza tutele dedicate, mentre la pubblicazione continua di materiali ICT da parte del governo nel 2024 segnala una crescente attenzione alla governance digitale e alla cybersicurezza.

La sovranità digitale non si esaurisce nella localizzazione dei dati: richiede infrastrutture trasparenti, interoperabili e controllabili dalle comunità che generano le informazioni.AGCOMAutorità per le Garanzie nelle ComunicazioniFonte

Leahy portava con sé fotocamere e cineprese di alta qualità. Migliaia di fotografie e ore di film documentarono l'incontro con centinaia di migliaia di persone. Quelle immagini oggi sono memoria storica, ma non sono finestre neutre: chi tiene l'obiettivo decide cosa mostrare e cosa conservare. Le persone riprese diventano soggetti di uno sguardo che non controllano. La tecnologia della registrazione crea una prima asimmetria, che si amplifica quando i dati vengono archiviati, analizzati o usati per addestrare algoritmi.

Il capitalismo delle piattaforme non arriva più in uniforme coloniale. Si presenta come servizio gratuito, app sanitaria, mappa partecipativa o strumento per "salvaguardare" una lingua. Il meccanismo resta lo stesso: raccogliere dati, renderli interoperabili, trasformarli in previsione. La sorveglianza oggi non si limita a osservare: anticipa comportamenti, assegna rischi, suggerisce interventi prima che una persona possa contestare la categoria ricevuta. Una comunità compressa in poche migliaia di parole, immagini e coordinate può essere ridotta a un profilo, da cui derivano politiche sanitarie, turistiche, di sicurezza o commerciali.

La semplificazione non è un difetto secondario: è il prodotto che viene venduto. Non basta una retorica generica sull'inclusione digitale. Serve sovranità tecnologica: controllo locale delle infrastrutture, consenso reale, diritto di opporsi alla raccolta e di non essere rappresentati. La privacy non è una preferenza: è un diritto fondamentale.

Chi decide cosa resta sulla mappa

Una mappa stabilisce cosa merita un nome, un confine, una strada. Il resto finisce nell'anonimato. Quando una piattaforma digitale riproduce queste scelte, l'antica autorità coloniale può riemergere sotto forma di precisione tecnica. Il consenso non è una casella da spuntare: deve essere collettivo, specifico, revocabile senza conseguenze. Se una comunità non può dire no, non sta acconsentendo: subisce una decisione presa altrove.

La Papua Nuova Guinea ospita quasi mille lingue, circa il 12% di tutte quelle presenti sulla Terra. La fonte attribuisce alla popolazione il 4,8% di ascendenza denisovana e indica un'incertezza demografica tra 10 e 17 milioni di abitanti. Questi dati non sono misure definitive: la loro circolazione non li rende verità assolute. La diversità linguistica è conoscenza distribuita, non un database da bonificare. Ridurla a corpus per addestramento significa trattare una cultura come materia prima linguistica. Un modello di intelligenza artificiale può restituire una traduzione fluida, ma nascondere il contesto che la rende sensata. La macchina non comprende la sovranità di una comunità solo perché ne ha ingerito le parole.

Ogni progetto linguistico dovrebbe riconoscere alle comunità il controllo su raccolta, conservazione e uso dei materiali. Decidere quali testi restano locali, chi può consultarli, se possono alimentare sistemi commerciali o militari. La sovranità dei dati è anche sovranità narrativa.

Open source e autonomia reale

Il software libero permette di controllare il funzionamento di uno strumento, ma un repository pubblico non garantisce di per sé emancipazione. Se contiene dati sensibili o conoscenze comunitarie, l'apertura del codice può coincidere con la chiusura forzata del consenso. Esistono alternative dal basso: archivi gestiti localmente, licenze che limitano usi coloniali o militari, infrastrutture federate e modelli eseguiti sui server della comunità. La decentralizzazione non risolve ogni conflitto politico, ma restituisce almeno la possibilità concreta di decidere.

Il divario digitale della Papua Nuova Guinea non è solo assenza di cavi o dispositivi. La domanda cruciale è chi possiede l'infrastruttura e a quali condizioni viene usata. La connettività può ampliare l'autonomia o aprire un nuovo canale di estrazione. Se identità, pagamenti, salute e comunicazioni dipendono da piattaforme esterne, l'accesso può trasformarsi in dipendenza. La colonizzazione cambia fornitore, non necessariamente rapporto di forza.

Un'infrastruttura davvero comunitaria deve essere manutenibile localmente, indipendente da un singolo vendor, progettata per funzionare anche senza il servizio centrale. Deve privilegiare protocolli aperti, software ispezionabile e dati portabili. La resilienza tecnica è una condizione della libertà politica. La cybersicurezza, in questo contesto, non protegge solo password e server: difende territori, lingue e rapporti sociali dalla cattura. Un sistema sicuro è quello che una comunità può comprendere, amministrare e disattivare senza chiedere permesso a una sede lontana.

Italia e responsabilità nella catena digitale

L'Italia non è esterna a questa catena. Acquista dispositivi, utilizza servizi cloud, finanzia ricerca e partecipa a programmi europei e militari. Ogni scelta pubblica può sostenere un modello centralizzato o infrastrutture controllate da chi usa i dati. La domanda dovrebbe accompagnare ogni acquisto tecnologico: chi possiede l'infrastruttura, dove finiscono i dati, chi può opporsi al trattamento? Se la risposta è confinata in un capitolato illeggibile, il problema politico è già stato risolto a favore del fornitore.

Anche università, musei e centri di ricerca italiani lavorano con immagini, registrazioni e dataset provenienti da altri territori. La responsabilità non termina con la pubblicazione di un paper: comprende provenienza, consenso, accesso, conservazione e possibilità di ritirare materiali usati senza autorizzazione. Il caso degli altipiani ricorda che l'ignoranza può essere prodotta attivamente. Una regione abitata da circa un milione di persone poteva restare fuori dall'immaginario coloniale perché montagne, nubi e malaria impedivano di vederla. Oggi il rischio opposto è essere visti troppo: mappati, profilati e trasformati in previsioni senza poter intervenire.

Il tema della sovranità digitale non riguarda solo la Papua Nuova Guinea. Come già discusso in un precedente approfondimento, la cybersicurezza e il controllo delle infrastrutture sono ormai centrali per l'autonomia nazionale. La responsabilità di chi gestisce dati e tecnologie non può essere delegata né ridotta a una questione tecnica.

La storia degli altipiani non autorizza a trasformare la Papua Nuova Guinea in un museo digitale. Racconta piuttosto come una popolazione possa essere cancellata da una mappa e poi catturata da una lente. Oggi quella doppia operazione avviene attraverso dataset, modelli e piattaforme. La tecnologia al servizio delle persone deve partire dal diritto di non essere ridotti a dati. Solo riconoscendo alle comunità il controllo sulle proprie immagini, lingue e mappe, e costruendo infrastrutture possedute e comprese dal basso, si può evitare che il "primo contatto" del 1930 si trasformi in un contatto permanente con macchine che osservano, classificano e prevedono senza consenso. La scelta politica è chiara: o le comunità governano gli strumenti, o gli strumenti continueranno a governare per conto di qualcun altro.

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