• 5 minuti
  • Pubblicato

Ransomware agentico: il primo attacco AI senza operatori umani

Barbara Carminati Autrice di cybersecurity e privacy QWERTYmag

Scritto da Barbara Carminati

Ransomware agentico: il primo attacco AI senza operatori umani QWERTYmag © www.qwertymag.it
Ransomware agentico: il primo attacco AI senza operatori umani © www.qwertymag.it

Per la prima volta, un ransomware gestito da agenti AI autonomi ha condotto un'intera campagna di estorsione senza intervento umano, accelerando le intrusioni e rendendo il crimine informatico più accessibile e scalabile.

Il ransomware senza operatori umani non è più solo una possibilità teorica. La campagna JADEPUFFER, documentata da Sysdig nel luglio 2026, è la prima conferma di un'estorsione digitale portata a termine interamente da un agente AI autonomo. L'attacco ha sfruttato la vulnerabilità CVE-2025-3248 in Langflow, consentendo all'agente di entrare nei sistemi, correggere errori in tempo reale e gestire ogni fase dell'intrusione: dalla raccolta delle credenziali fino alla cifratura dei dati e alla richiesta di riscatto.

Questa novità elimina il principale limite delle operazioni ransomware: la dipendenza dalle decisioni umane. L'agente AI non segue uno schema fisso, ma valuta i risultati delle proprie azioni, sceglie i passi successivi e riprova se qualcosa va storto. Può identificare sistemi esposti, testare credenziali, sfruttare vulnerabilità, muoversi lateralmente nella rete, cifrare file e lasciare note di riscatto, tutto in autonomia e a una velocità fuori portata per un operatore umano.

Dal supporto AI all'autonomia completa

Fino a oggi, l'uso criminale dell'intelligenza artificiale si era limitato a strumenti di supporto: i cybercriminali usavano modelli linguistici per scrivere email di phishing, generare script o modificare malware, ma la regia restava umana. Un passo avanti era il ransomware agentico integrato, dove l'AI costruiva le capacità d'attacco e gli affiliati umani gestivano l'intrusione vera e propria. La campagna FortiBleed, collegata ai gruppi INC e Lynx, ne è un esempio: il framework PENTEST LAB, gestito dall'affiliato TOXMAN, impiegava 14 agenti AI per cercare vulnerabilità, validare CVE, creare checker di credenziali e generare playbook d'attacco, ma le fasi critiche - accesso VPN, movimenti laterali, escalation di privilegi e distribuzione del ransomware - erano ancora affidate a operatori umani.

JADEPUFFER ha superato questa soglia. Dopo aver ottenuto l'accesso tramite Langflow, il payload ha cercato chiavi API, credenziali cloud, file di database, frasi di wallet e dati di configurazione. Ha preso di mira servizi MySQL, MinIO e Nacos esposti, correggendo un login fallito in 31 secondi, creato un account backdoor, cifrato oltre 1.300 record di configurazione Nacos, cancellato i dati originali e lasciato la nota di riscatto. Successivamente, la campagna ha introdotto ENCFORGE, un locker progettato per distruggere asset AI e machine learning come checkpoint di modelli, database vettoriali e dati di training. Secondo Check Point Research, ENCFORGE può colpire circa 180 estensioni di file legate ad asset AI, inclusi artefatti di modelli, indici di embedding e dati di addestramento, mettendo a rischio sia le infrastrutture di sviluppo che quelle di produzione AI/ML.

JADEPUFFER rappresenta la prima evoluzione documentata di ransomware agentico in grado di colpire asset AI/ML senza supervisione umana, con ENCFORGE che prende di mira checkpoint di modelli, database vettoriali e dati di training.Check Point ResearchAI Threat Landscape Digest, luglio-agosto 2026

Indicatori e impatto operativo

Gli indicatori di compromissione raccolti dagli analisti sono chiari: JADEPUFFER ha preso di mira infrastrutture AI/ML e database sfruttando la falla CVE-2025-3248, colpendo l'endpoint "/api/v1/validate/code" di Langflow. L'assenza di operatori umani ha permesso all'agente di testare opzioni in modo continuo, correggere errori in pochi secondi e orchestrare più fasi d'intrusione in parallelo, rendendo l'attacco più rapido e difficile da bloccare rispetto ai ransomware tradizionali.

La differenza rispetto ai ransomware automatizzati del passato non sta in una nuova tecnica di cifratura, ma nella capacità dell'agente AI di perseguire un obiettivo, adattarsi agli ostacoli e agire senza supervisione. Questo rende la minaccia accessibile anche a criminali con competenze tecniche limitate, aumentando il rischio di campagne su larga scala e attacchi mirati a infrastrutture critiche.

Il panorama ransomware sta cambiando: se prima la velocità e la scalabilità degli attacchi erano frenate dalla necessità di operatori esperti, ora l'autonomia degli agenti AI apre la strada a intrusioni più rapide e sofisticate. Un'analisi sulle nuove strategie di difesa, come il modello zero trust, è stata già approfondita in relazione alle minacce emergenti.

L'evoluzione verso ransomware agentici completamente autonomi segna un punto di svolta per la sicurezza digitale. La rimozione del fattore umano accelera le operazioni criminali, abbassa la soglia d'ingresso per nuovi attori e rende obsolete molte strategie difensive basate sul rilevamento di comportamenti umani. Chi si occupa di sicurezza dovrà ripensare le proprie difese: la minaccia non è più solo tecnica, ma strategica, e richiede risposte altrettanto dinamiche e automatizzate.

Secondo le ultime segnalazioni di Anthropic, i criminali informatici stanno passando dall'uso dell'AI come semplice assistente all'impiego di agenti AI come veri e propri layer operativi per la gestione di infrastrutture malevole e l'adattamento del malware, con un coinvolgimento umano sempre più limitato. Questo trend è monitorato anche dall'Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, che raccomanda l'adozione di framework di sicurezza proattivi e aggiornamenti tempestivi delle piattaforme AI esposte.

Articoli correlati