Google cambia radicalmente i risultati di ricerca in Europa dopo una sanzione da 890 milioni di euro per violazione del Digital Markets Act, scatenando tensioni tra Bruxelles e Washington e mettendo alla prova la sovranità digitale europea.
Un solo comparatore in cima, meno informazioni, prezzi in tempo reale spariti: Google ha cambiato la sua pagina di ricerca per voli, hotel e ristoranti in Europa, ammettendo che il servizio per gli utenti è peggiorato. Non si tratta di una scelta tecnica, ma della conseguenza di una sanzione da 890 milioni di euro inflitta dalla Commissione europea per aver favorito i propri servizi e limitato la concorrenza, in violazione del Digital Markets Act (DMA).
La decisione di Bruxelles, comunicata il 23 luglio 2026, ha imposto a Google di modificare il posizionamento dei propri prodotti e di togliere le restrizioni agli sviluppatori su Google Play. La Commissione ha dato sessanta giorni per adeguarsi, minacciando penalità giornaliere fino al 5% del fatturato globale in caso di mancato rispetto. Google ha risposto con il più grande downgrade della qualità del servizio nella sua storia europea, rendendo evidente il costo della conformità.
Il cuore della sanzione e le nuove regole del DMA
La multa si divide in due parti: 460 milioni per il trattamento preferenziale a Google Flights e Google Hotels, 430 milioni per le restrizioni su Google Play. Il DMA vieta ai grandi operatori digitali di favorire i propri servizi e impone obblighi preventivi, superando il vecchio modello delle indagini antitrust a posteriori. Ora la Commissione non si limita a sanzionare, ma stabilisce le regole e valuta direttamente la conformità delle piattaforme.
Il Digital Markets Act impone obblighi ex ante ai gatekeeper digitali, vietando pratiche di auto-preferenziazione e limitando la possibilità di indirizzare utenti e sviluppatori verso canali controllati dalla piattaforma. La Commissione europea monitora costantemente l'attuazione delle misure e può imporre penalità fino al 5% del fatturato globale in caso di inadempienza.
Google sostiene che le modifiche imposte dal DMA abbiano già causato un calo del 30% nel traffico gratuito verso le imprese europee, accusando la normativa di danneggiare proprio chi dovrebbe proteggere. Per Teresa Ribera, vicepresidente esecutiva della Commissione, questa dichiarazione potrebbe essere un segnale di elusione: l'articolo 13 del DMA vieta di peggiorare il servizio come ritorsione contro gli obblighi normativi. Se il peggioramento fosse intenzionale, Google rischierebbe una nuova procedura per elusione.
Effetto Bruxelles e reazione degli Stati Uniti
L'Unione europea rivendica la propria sovranità regolatoria imponendo standard globali grazie al peso del suo mercato interno: è il cosiddetto effetto Bruxelles. Google, però, ha scelto di rendere pubblico il costo della conformità, offrendo un assist a Washington. Il giorno stesso della sanzione, il presidente Donald Trump ha minacciato tariffe doganali contro l'UE, definendo le multe "illegali e discriminatorie". La Casa Bianca ha avviato un'indagine Section 301 sulle pratiche commerciali europee, mentre il vicepresidente JD Vance ha criticato il DMA come minaccia alla libertà d'espressione.
La questione non è più solo giuridica, ma anche politica e commerciale. L'Unione europea deve ora dimostrare di saper reggere la pressione di una controparte che dispone di strumenti di ritorsione economica, mentre Google trasforma ogni obbligo in una dichiarazione pubblica di dissenso. Il precedente di Google Shopping, con una sanzione da 2,42 miliardi nel 2017 e una battaglia legale durata sette anni, mostra quanto sia difficile imporre regole ai giganti digitali senza strumenti preventivi come il DMA.
La prossima mossa di Bruxelles
Nei prossimi giorni la Commissione dovrà decidere se aprire un procedimento per elusione contro Google, mentre l'indagine Section 301 americana è già in corso. In gioco non c'è solo la qualità della ricerca online, ma la capacità dell'Europa di far valere la propria sovranità digitale senza cedere alle pressioni di Washington.
Il caso Google mostra che la regolazione delle big tech non si esaurisce con una multa o una modifica tecnica: ogni intervento normativo diventa terreno di scontro geopolitico, dove la trasparenza sui costi della conformità si trasforma in arma negoziale. In questo scenario, la Commissione europea dovrà scegliere se accettare la versione di Google o rilanciare la sfida, sapendo che la vera partita si gioca sulla tenuta politica delle sue regole. Chi pensava che la sovranità digitale fosse solo una questione di norme, oggi si trova davanti a un conflitto aperto tra potere privato, interessi nazionali e ambizioni globali. E mentre Google investe miliardi in Europa, come riportato di recente, la domanda resta su chi riuscirà a dettare le condizioni d'accesso al mercato digitale del futuro.