L'Europa parla di autonomia digitale ma resta dipendente per l'80% da fornitori extra UE. Il veto di un solo Stato può paralizzare ogni tentativo di invertire la rotta. Il progetto Gaia-X e le gigafactory AI ne sono la prova.
Basta il veto di un solo Stato membro per fermare tutto. È questa la realtà che blocca ogni ambizione europea di sovranità digitale: una sola opposizione in Consiglio può congelare qualsiasi decisione strategica, anche se la dipendenza tecnologica da Stati Uniti e Cina è ormai evidente.
Il problema non è tecnico, ma politico. L'Unione Europea usa ogni giorno infrastrutture, servizi e prodotti digitali, e oltre l'80% arriva da fornitori extra UE, secondo la Commissione. Nel cloud, tre aziende statunitensi - AWS, Microsoft Azure e Google Cloud - controllano circa il 70% del mercato europeo. Per il 2025 si stimano ricavi di 27 miliardi di euro per AWS, 20 miliardi per Azure e 13 miliardi per Google Cloud. I provider europei sono scesi dal 29% del mercato nel 2017 al 15% attuale, senza segnali di ripresa dal 2022, come confermano anche le analisi di settore.
Il fallimento di Gaia-X e la trappola dell'unanimità
Gaia-X doveva essere il simbolo di un cloud europeo sovrano. Invece, è diventato il manifesto delle divisioni interne: la frattura tra Francia e Germania ha affondato il progetto senza bisogno di pressioni esterne. Ogni tentativo di ridurre la dipendenza tecnologica si scontra con la regola dell'unanimità, che trasforma la politica digitale in una somma di veti incrociati.
La Commissione Europea ha messo il tema al centro del suo pacchetto sulla sovranità tecnologica, presentato a giugno. Ma anche le nuove iniziative rischiano di restare sulla carta: l'ultima versione dell'EUCS, lo schema di certificazione cloud, ha eliminato i requisiti di localizzazione dei dati dopo le pressioni di un'associazione che rappresenta i grandi fornitori statunitensi. Il piano per le gigafactory AI, con 30 miliardi di euro tra fondi pubblici e privati, resta comunque legato ai chip di NVIDIA, AMD e Qualcomm. La carenza di capacità di calcolo è ancora il principale collo di bottiglia per le nuove infrastrutture AI europee.
La specifica EUCS per la certificazione cloud europea, a differenza dello schema EUCC già operativo dal febbraio 2025, rimane in fase di sviluppo anche nel 2026: la frammentazione normativa e la pressione dei grandi provider extra UE rallentano l'adozione di standard realmente sovrani.
- Cybexer, Analisi di settore
Numeri che non cambiano e strategie ferme
Dopo anni di strategie e dichiarazioni, la quota di mercato dei fornitori europei nel cloud non si muove. I dati di una società di analisi specializzata mostrano che dal 2022 non ci sono progressi. L'Europa discute, ma il mercato resta nelle stesse mani. Anche Amazon ha lanciato un cloud europeo presentato come "sovrano", ma resta comunque un fornitore statunitense.
Il mercato europeo dei servizi cloud IaaS definiti "sovereign" potrebbe quasi raddoppiare in un anno, passando da 6,9 miliardi di dollari nel 2025 a 12,6 miliardi nel 2026, secondo le ultime stime Gartner riportate da VentureBeat. Tuttavia, la crescita della domanda non porta automaticamente più autonomia, soprattutto se la base hardware resta legata a fornitori americani di chip e GPU.
Il bilancio comune dell'UE copre solo una minima parte degli investimenti necessari. Undici Stati membri, tra cui Francia, Germania e Spagna, hanno scritto all'Alta rappresentante Kaja Kallas chiedendo di superare l'unanimità almeno su politica estera e digitale: "avremo legittimità, ma non forza", sintetizza la lettera. Kallas ha risposto che l'Unione "deve essere più agile", ma la discussione è ancora in fase esplorativa e nessuna riforma formale è partita.
Draghi, Virkkunen e la realtà dei dati
Mario Draghi, autore del rapporto sulla competitività europea, è stato netto: "questo modello non produce potere", ha detto a Lovanio, proponendo un "federalismo pragmatico" che però resta lontano da un vero salto federale. La commissaria Henna Virkkunen ha chiarito che la sovranità digitale non significa isolamento, ma ridurre la dipendenza dove conta davvero.
Le strategie per emanciparsi da Stati Uniti e Cina si scontrano con la realtà: i dati che l'Europa possiede possono essere un vantaggio solo se gestiti bene, ma il percorso dai chip al cloud è ancora lungo e accidentato. Il Digital Networks Act prova a fissare nuove regole, ma la frammentazione politica continua a frenare ogni passo avanti.
Chi paga il prezzo della paralisi
L'industria europea si trova a competere con vincoli che i rivali americani e cinesi non hanno. L'Unione tratta Stati Uniti e Cina come blocchi rivali, ma si comporta come una somma di ventisette veti. Ogni iniziativa che dovrebbe ridurre la dipendenza finisce per dipendere ancora da fornitori extra UE o si arena per divisioni interne. Un'analisi simile emerge anche da un precedente approfondimento sulle infrastrutture cloud.
Finché la sovranità digitale resterà un obiettivo dichiarato ma non una priorità capace di giustificare la cessione di una parte di sovranità nazionale, la seconda storia continuerà a prevalere sulla prima. L'Europa può discutere all'infinito di autonomia tecnologica, ma senza una riforma delle regole decisionali ogni strategia rischia di restare lettera morta. Il salto federale pieno sembra lontano e forse nemmeno necessario: basterebbe applicare subito quel federalismo pragmatico di cui parla Draghi alle materie dove oggi basta un solo veto per bloccare tutti. Fino ad allora, la sovranità digitale europea resterà una promessa non mantenuta, mentre la dipendenza dagli altri si consolida ogni anno che passa.