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Skill gap digitale: 44 miliardi persi e mercato ICT rallentato

Giuseppe Attardi Autore di tecnologia e AI QWERTYmag

Scritto da Giuseppe Attardi

Skill gap digitale: 44 miliardi persi e mercato ICT rallentato QWERTYmag © www.qwertymag.it
Skill gap digitale: 44 miliardi persi e mercato ICT rallentato © www.qwertymag.it

La carenza di specialisti ICT costa all’Italia quasi il 2,5% del Pil, ostacolando la crescita di cloud, AI e cybersecurity e mettendo in difficoltà soprattutto le PMI nella competizione per i talenti

La difficoltà nel reperire specialisti digitali sta diventando un freno concreto per l’economia italiana. Secondo Unioncamere, nel 2023 il costo del mismatch tra domanda e offerta di competenze digitali ha raggiunto 43,9 miliardi di euro, pari a circa il 2,5% del Pil. Questo deficit non riguarda solo il numero di professionisti disponibili, ma anche la rapidità con cui evolvono le competenze richieste, soprattutto nei settori trainati da cloud, intelligenza artificiale e cybersecurity.

Nei servizi ICT, la situazione è particolarmente critica: i dati Excelsior stimano che nel 2026 oltre la metà delle posizioni programmate sarà difficile da coprire. A livello nazionale, già oggi il 42% delle figure ricercate risulta di difficile reperimento, spesso per mancanza di candidati o preparazione inadeguata. Il risultato è un paradosso: la domanda di tecnologie cresce, ma il capitale umano non tiene il passo.

Il mercato digitale cresce, ma mancano le competenze

Il mercato digitale italiano ha raggiunto nel 2025 un valore di 84,4 miliardi di euro, con una crescita del 3,4% rispetto all’anno precedente, secondo Anitec-Assinform. La spinta maggiore arriva dai servizi ICT, alimentati da cloud, cybersecurity e AI. Tuttavia, la difficoltà nel trovare personale qualificato rischia di rallentare progetti, aumentare i costi di selezione e, in alcuni casi, portare le aziende a rinunciare a nuove iniziative. Le PMI sono particolarmente penalizzate, dovendo competere con grandi aziende e multinazionali per gli stessi profili, spesso senza poter offrire le stesse condizioni economiche o di carriera.

Claudio Fratocchi, Managing Director di Scientia Consulting e tra i fondatori della Federazione Stem, sottolinea che il costo del mismatch si riflette direttamente nei bilanci aziendali: ogni posizione tecnica scoperta comporta progetti rallentati, straordinari, turnover elevato e processi di selezione più lunghi. La questione, quindi, non è solo sociale ma di competitività industriale.

Italia ed Europa in ritardo sugli specialisti ICT

Il divario italiano si riflette anche nel confronto europeo. Nel 2025, gli specialisti ICT rappresentavano solo il 3,8% degli occupati in Italia, contro una media UE del 5% e picchi come l’8,9% della Svezia. L’intera Europa fatica a raggiungere l’obiettivo del Decennio digitale, che prevede almeno 20 milioni di specialisti ICT entro il 2030: nel 2025 erano circa 10,45 milioni, con un gap di quasi 9,5 milioni di professionisti. La Commissione europea avverte che, mantenendo i ritmi attuali, il traguardo rischia di restare lontano.

Per colmare il gap non basta aumentare i corsi universitari: servono investimenti nell’istruzione tecnica, nelle Its Academy, nella riqualificazione dei lavoratori e nell’attrazione di competenze internazionali. L’accelerazione dell’AI complica ulteriormente il quadro, rendendo obsolete alcune competenze in pochi mesi e creando nuove figure professionali che il sistema formativo fatica a codificare.

Cybersecurity e formazione: il nodo delle competenze

La cybersecurity evidenzia in modo emblematico il passaggio dalla carenza di persone a quella di competenze specifiche. Il Cybersecurity Workforce Study 2025 di Isc2 mostra che il 95% delle organizzazioni segnala almeno una necessità di skill cyber, e il 59% considera le carenze critiche. L’attenzione si sposta dalla quantità alla qualità delle competenze: AI, sicurezza cloud, gestione del rischio e risposta agli incidenti richiedono aggiornamenti continui e specializzazioni sempre più mirate. Secondo Fratocchi, senza formazione continua il divario si sposta all’interno dei team, aumentando il rischio operativo.

Per le imprese e le amministrazioni pubbliche, la gestione delle competenze diventa parte integrante della strategia di sicurezza: anche con organici numericamente adeguati, la vulnerabilità resta se le skill non sono aggiornate al passo con le tecnologie e le minacce.

Formazione STEM e nuove soluzioni contrattuali

Alla base del problema c’è anche una filiera formativa debole. Nel 2024 solo il 23,6% dei laureati italiani tra i 30 e i 34 anni aveva un titolo STEM, e nella fascia 25-34 anni appena il 31,6% possedeva una laurea, contro il 44,1% della media UE. Il bacino di ingegneri, informatici e matematici è quindi più ristretto. La componente di genere resta critica: meno di un quinto degli specialisti ICT in Europa sono donne, mentre uno degli obiettivi UE è proprio l’equilibrio di genere.

Per rispondere a queste sfide, nel marzo 2026 è stato presentato il Ccnl Stem e Professioni innovative, che punta a valorizzare aggiornamento continuo, certificazione delle competenze e autonomia professionale. L’efficacia dipenderà dalla sua adozione da parte delle imprese, ma il contratto rappresenta un tentativo di riconoscere economicamente skill che evolvono più rapidamente dei modelli tradizionali.

Verso una politica industriale delle competenze digitali

Affrontare lo skill gap richiede una strategia nazionale che colleghi formazione, università, reskilling aziendale e mobilità internazionale. Le imprese devono passare dalla ricerca episodica di talenti alla programmazione delle competenze, mentre AI e automazione possono solo in parte compensare la scarsità di specialisti, generando però nuove esigenze di aggiornamento. Il rischio è una polarizzazione del mercato digitale: da un lato chi riesce ad attrarre e formare specialisti, dall’altro chi investe in tecnologia senza poterla trasformare in produttività per mancanza di capitale umano.

Il dato dei 44 miliardi di euro persi nel 2023 mostra quanto il costo della distanza tra domanda e offerta sia già elevato. Con cloud, AI e cybersecurity sempre più centrali, il capitale umano diventa una delle infrastrutture decisive per la competitività italiana.

Il tema delle competenze digitali non riguarda solo la formazione iniziale, ma anche la capacità delle imprese di investire in aggiornamento continuo e di riconoscere economicamente le nuove specializzazioni. Senza un’offerta sufficiente di skill, una parte degli investimenti in tecnologia rischia di non produrre i risultati attesi, soprattutto per le PMI che hanno meno risorse per attrarre e trattenere i talenti rispetto ai grandi gruppi.

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